Mi è sempre piaciuta la figura di Sherlock Holmes, ho sempre trovato praticamente infallibile lo stile di Arthur Conan Doyle - eppure, curiosamente, non avevo mai letto il primo romanzo in cui compare l'investigatore, pur avendo letto molto del resto, soprattutto i racconti. Approfittando dell'insonnia galoppante, delle vacanze di Natale (in cui facciamo finta che io non dovessi studiare) e della mia adorata nonnina che mi ha regalato l'edizione completa di tutte le opere su Holmes, mi sono senz'altro buttata a capofitto nella lettura di
Uno studio in rosso.
Credo che quando si inizia a leggere un romanzo di Conan Doyle, per quanto si possa conoscere lo scrittore e i suoi personaggi, per quanto ci si possa sentire preparati, non lo si è mai veramente.
All'improvviso, dopo 30 secondi che avevo aperto il libro, non ero più sdraiata sul mio letto sepolta sotto lo scialle da Nonna Papera, ma nel bel mezzo della Londra vittoriana brulicante di vita e crimine; e poi, nel brevissimo spazio di tempo che occorre per girare una pagina, ero improvvisamente nel Far West, oltremodo confusa e disorientata ma completamente assorbita. Infine, sballottata di nuovo a Londra, 221b Baker Street, nelle mie narici l'odore del tabacco di Holmes che si sostituiva a quello della polvere della Terra dei Santi.
A volte, mi viene da pensare che alcuni libri ti risucchino in modo violento, morboso, inspiegabile - quasi malsano - al solo sfiorarli con gli occhi. Come se avessero vita e forza proprie; credo fermamente che sia così, quella che era una fantasia di bambina appena iniziata alle meraviglie della lettura si è radicata nel mio cervello fino a convincere anche questa giovane adulta che sono diventata che
deve essere così.
Ebbene, comunque sia, tutti i racconti e romanzi su Sherlock Holmes hanno quest'effetto, ma
Uno studio in rosso in modo particolare. Inoltre, oltre ad essere dannatamente suggestivo ed evocativo, come sempre mi ha divertita immensamente tentare di risolvere il caso imitando grossolanamente il metodo deduttivo di Holmes (e puntualmente andando incontro a miseri fallimenti).
Ma parliamo di Sherlock Holmes. Come si può definire questa mente eccelsa, questa figura sottile e agile, questa pipa ambulante, quest'occhio affilato, questa genialità prorompente, questo pessimo carattere, senza usare le parole chiave, le uniche che possano riassumere tutto quest'uomo in poche sillabe: "Personaggio Perfetto"? Sì. Mi piace leggere, e ho letto abbastanza da riconoscerne uno quando lo vedo. Un Personaggio Perfetto, dico. E con "perfetto", non intendo certo amabilissimo, eroico, affascinante eccetera - quello sarebbe un pessimo personaggio, per come la vedo io. No: Sherlock Holmes è perfetto perché è costruito con ammirevole (e, dico io, maniacale) precisione, con un'attenzione stratosferica ad ogni minimo dettaglio (niente è lasciato al caso); nessuno potrebbe pensare di poter mai incontrare qualcuno
come Sherlock Holmes, ma la sensazione che a me è rimasta è che con una buona macchina del tempo e la città giusta mi sarei potuta imbattere in Sherlock Holmes
in persona. Non perché in lui l'autore abbia messo elementi particolarmente verosimili, anzi; piuttosto, perché di lui sappiamo tutto, ogni dettaglio delle sue giornate, ogni tappa dei suoi ragionamenti. Solitamente non subito, ci viene data una possibilità - se così si può dire - di arrivarci con la nostra testa, fino alla fine non sappiamo nulla di quello che pensa Holmes pur sapendone ogni mossa; ma infine ci viene svelato ogni minimo dettaglio di ciò che ha pensato (così da poterci sentire largamente umiliati). E chiudendo il libro ne sappiamo così tanto di lui, che potremmo senza difficoltà credere che esista o sia esistito davvero questo consulente investigativo. Ma a causa della sua genialità, proprio perché lui è il Personaggio Perfetto, non ci sogneremmo mai di pensare nemmeno lontanamente che possa esistere qualcuno che gli somigli.
Tutto questo - e volendo molto di più - Arthur Conan Doyle riesce a condensarlo senza mai sacrificarlo in un breve romanzo, in quasi metà del quale Holmes non compare nemmeno, poiché occupata dalla narrazione della storia di Jefferson Hope. L'assassino. Questo assassino, che non è semplicemente una macchia scura, simbolo del "male", che si aggira ai margini del romanzo, incentrato invece sul "bene" - no, niente di tutto questo. Jefferson Hope è un personaggio profondo e definito, quasi romantico nella sua avventurosa e sventurata vita, nel suo amore sconfinato e tragico, nella sua sete di vendetta implacabile. Un unico scopo gli rimane nella vita, vendicare la morte della sua fidanzata, e quello persegue finché non lo porta a termine. Muore pochi giorni dopo, come se la provvidenza, il destino o chicchessia gli avessero lasciato appena il tempo di compiere la sua terribile vendetta. Come se, in fondo, tutti parteggiassero per lui. Mi è venuto spontaneo commuovermi al suo racconto, mi è risultato impossibile non sentirmi coinvolta e toccata da quella forza inesauribile, quella tenacia, tutto generato da un amore.
Per la prima volta in vita mia, il mio animo Romantico è stato soddisfatto da un libro giallo.
Credo che sia eccezionale, ma in fondo questo è Arthur Conan Doyle: sempre imprevedibile, sempre impeccabile, sempre coinvolgente fino all'esaurimento nervoso (del lettore, ovviamente). Sempre eccezionale, sotto ogni punto di vista.